Firewall, protezione dei dispositivi, sicurezza della posta, controllo della navigazione e verifica continua. Costruiamo la protezione sulle reali esigenze dell’impresa, non sul prodotto di turno. La domanda che ci sentiamo fare più spesso è: “ma noi abbiamo l’antivirus, no?”. Sì. E non è sufficiente, per un motivo semplice: l’antivirus lavora su un computer e riconosce minacce già note. Non vede un’email di phishing scritta bene, non blocca un accesso fatto con credenziali vere ma rubate, non protegge la rete dall’esterno e non ti dice se ieri qualcuno ha provato a entrare. Per questo non ragioniamo sul singolo prodotto ma sul sistema. La protezione parte dalla rete con il firewall, passa dai dispositivi, comprende la posta elettronica e la navigazione, e richiede controllo nel tempo. Ogni livello copre quello che gli altri non vedono, e nessuno di essi da solo è sufficiente.
Quasi tutte le aziende hanno una connessione Internet e un apparato che gliela porta dentro. Molte pensano che quell’apparato sia anche la loro protezione. Non lo è: un router porta la connessione, un firewall la controlla.
Un firewall aziendale decide quali connessioni sono permesse e quali no, quali servizi interni sono raggiungibili dall’esterno e a quali condizioni, come vengono gestiti gli accessi da remoto di chi lavora fuori sede, e separa le diverse aree della rete tra loro – uffici, produzione, telecamere, dispositivi degli ospiti – così che un problema in una parte non si propaghi a tutte le altre.
Lavoriamo con apparati professionali, tra cui firewall Nethesis, che forniamo, configuriamo e manteniamo aggiornati nel tempo.
È l’equivoco più diffuso che incontriamo. Il router del provider ha il compito di portare la connessione dentro l’azienda e lo fa bene.
Non ha però il compito di decidere quali connessioni sono lecite, quali servizi possono essere raggiunti dall’esterno e come gestire gli accessi da remoto. Sono funzioni che richiedono un apparato pensato per quello e, soprattutto, configurato per la tua rete.
La rete piatta è la condizione in cui troviamo la maggior parte delle aziende: tutto vede tutto. Il dispositivo più debole — quasi sempre uno di quelli a cui nessuno pensa, una telecamera, un macchinario, un vecchio apparato — diventa la porta d’ingresso verso l’amministrazione e il gestionale. Separare le aree non impedisce l’ingresso, ma impedisce che l’ingresso valga come accesso a tutto.
Comprare l’apparato è la parte semplice. Quella che determina se funziona è la definizione delle regole: cosa deve essere raggiungibile, da chi, in che modo, con quali eccezioni e per quanto tempo. Le scriviamo in base a come lavora davvero la tua azienda e le documentiamo, così che chiunque le legga fra due anni capisca perché sono fatte così.
Ogni volta che entra un nuovo applicativo, si apre una sede, si aggiunge un accesso da remoto o cambia un fornitore, il perimetro della rete cambia con esso. Se le regole restano quelle di quattro anni fa, restano aperte anche autorizzazioni che non servono più a nessuno ed è esattamente il tipo di porta che viene usata. La revisione periodica fa parte della manutenzione, non è un intervento straordinario.
Controllo del traffico in entrata e in uscita
Solo i servizi necessari esposti all'esterno
Accessi da remoto gestiti in sicurezza
Aree della rete separate tra loro
Apparati professionali, tra cui Nethesis
Regole riviste quando cambia il lavoro
Verifichiamo il perimetro della tua rete
Siamo rivenditori e forniamo consulenza su Kaspersky e Bitdefender, e possiamo attivare moduli avanzati di tipo EDR quando il contesto lo richiede: strumenti che non si limitano a riconoscere un file pericoloso, ma osservano i comportamenti anomali sul dispositivo e intercettano anche minacce che non erano ancora note a nessuno.
La parte che fa davvero la differenza, però, non è la scelta del prodotto. È la copertura. Nelle verifiche che facciamo troviamo quasi sempre la stessa situazione: qualche macchina senza protezione, qualcuna con la licenza scaduta, qualcuna dove qualcuno l’ha disattivata mesi fa perché rallentava e non l’ha più riattivata.
Per questo la gestione è centralizzata: da un unico punto vediamo cosa è protetto davvero.
La domanda su quale prodotto sia il migliore è quasi sempre meno rilevante di quella su quante macchine siano effettivamente coperte. In ogni check-up emergono le stesse cose: una postazione dimenticata, una licenza scaduta che nessuno ha rinnovato, un utente che ha disattivato la protezione perché rallentava e non l’ha più riaccesa, un portatile che non si collega da mesi.
L’antivirus tradizionale confronta ciò che trova con un elenco di minacce note: efficace contro la maggior parte degli attacchi, cieco davanti a qualcosa di nuovo.
L’EDR ragiona sui comportamenti: se un processo comincia a cifrare file in sequenza o tenta accessi anomali, viene segnalato anche se quel programma non risulta a nessun catalogo. Sono livelli che si scelgono in base alla criticità dell’azienda.
Verificare a mano che trenta postazioni siano protette e aggiornate è un lavoro che richiederebbe una giornata al mese, quindi non lo fa nessuno.
Da una console centralizzata la stessa verifica richiede pochi minuti: si vede cosa è attivo, cosa è aggiornato, dove una licenza sta per scadere e quale macchina è rimasta indietro.
È l’unico modo perché la copertura resti reale nel tempo.
Capita di trovare aziende con tutte le postazioni protette e il server no, per una convinzione diffusa: che il server, non essendo usato per navigare o leggere la posta, sia meno esposto.
È l’obiettivo di maggior valore che esiste in azienda, ed è quello che un ransomware cerca per primo, perché è lì che stanno gli archivi condivisi.
Protezione su PC, notebook e server
Rivendita e consulenza Kaspersky e Bitdefender
Moduli EDR quando il contesto lo richiede
Rilevamento dei comportamenti anomali
Stato di ogni macchina da un'unica console
Licenze e scadenze sotto controllo
Verifica cosa è davvero protetto in azienda
Un attacco via email non forza niente. Non ha bisogno di superare un firewall né di aggirare un antivirus: gli basta che una persona, in una giornata piena, apra un allegato che sembrava una fattura o clicchi su un link che sembrava della banca.
È il motivo per cui il filtro sulla posta è uno degli interventi con il miglior rapporto tra costo e rischio evitato. Un sistema di email security analizza i contenuti dei messaggi prima della consegna, blocca lo spam, riconosce i tentativi di frode più comuni e controlla i link presenti nel corpo del messaggio.
È un livello diverso dall’antispam base incluso in molte caselle: quello riduce il rumore, questo filtra le minacce.
È la ragione per cui la posta resta il canale preferito: non richiede di forzare un firewall né di aggirare un antivirus.
Richiede una comunicazione verosimile e una persona che, in mezzo a una giornata piena, apre un allegato che sembra una fattura.
Filtrare prima che il messaggio arrivi è il modo più efficace di ridurre quel rischio.
Sono due strumenti con obiettivi diversi. L’antispam incluso nelle caselle standard serve a tenere fuori la pubblicità non richiesta e lo fa discretamente bene.
Un sistema di email security lavora sulle minacce: mittenti contraffatti che imitano fornitori reali, allegati preparati per superare i controlli di base, campagne costruite su misura per un settore o per una singola azienda.
È una tecnica ormai comune: si invia un messaggio con un link verso una pagina del tutto legittima, che supera i controlli, e la si trasforma in pagina di raccolta credenziali qualche ora più tardi, quando il messaggio è già nella casella.
Verificare il link nel momento in cui l’utente ci clicca, e non solo alla consegna, chiude quella finestra.
Diciamolo chiaramente perché è la verità: un filtro efficace riduce moltissimo il numero di messaggi pericolosi che arrivano, ma qualcosa passa sempre. L’ultimo livello è la persona davanti allo schermo.
Per questo l’attivazione del filtro va accompagnata da una sessione di formazione sul riconoscimento del phishing: sono due metà dello stesso intervento, e separarle le indebolisce entrambe.
Messaggi analizzati prima della consegna
Blocco di spam e tentativi di frode
Link controllati anche al momento del clic
Verifica degli allegati sospetti
Un livello oltre l'antispam della casella
Da abbinare alla formazione delle persone
Proteggi la posta della tua azienda
Molti attacchi non si consumano nell’email: quella serve solo a portare la persona su una pagina. È lì che vengono chieste le credenziali, o che parte il download di qualcosa che non dovrebbe entrare in azienda.
Il filtro web interrompe quel passaggio. Impedisce che dalla rete aziendale siano raggiungibili categorie di siti pericolose o non pertinenti al lavoro, e quindi ferma la catena anche nel caso in cui il clic sia già avvenuto. È uno dei pochi livelli che funziona dopo l’errore umano, ed è questo che lo rende prezioso.
Le regole si definiscono insieme, per categorie e non per singoli indirizzi, e possono essere diverse tra reparti o gruppi di utenti.
Quasi tutte le protezioni servono a evitare che una persona sbagli. Il filtro web serve a fare in modo che sbagliare non basti. La pagina di phishing non si apre, il download non parte, la catena si interrompe a metà.
È il motivo per cui, a parità di spesa, è uno degli interventi con il ritorno più alto in termini di incidenti evitati.
È la prima preoccupazione che ci viene espressa, ed è giusto affrontarla subito. Il filtro blocca categorie di destinazioni, non produce un registro di cosa fa il singolo dipendente.
La distinzione ha peso anche dal punto di vista della normativa sul lavoro e della protezione dei dati personali, e per questo il sistema va impostato correttamente e comunicato alle persone, spiegando cosa viene filtrato e per quale motivo.
Un filtro identico per tutti è il modo più veloce per rendersi antipatici e ricevere richieste di eccezione ogni settimana.
Le regole si definiscono per gruppi: chi si occupa di comunicazione ha bisogno di raggiungere piattaforme che in produzione non servono, chi lavora con fornitori esteri ha esigenze diverse da chi sta in magazzino. Si parte da come lavorano le persone, non da un modello standard.
Il beneficio si vede sul numero di chiamate all’assistenza, ed è misurabile. Ogni macchina compromessa significa un intervento, una postazione ferma e il dubbio su cosa sia stato toccato prima di accorgersene.
Ridurre l’esposizione a monte costa meno che ripulire a valle, e soprattutto non lascia l’incertezza su cosa sia successo nel frattempo.
Destinazioni pericolose bloccate a livello di rete
Protegge anche dopo un clic sbagliato
Controllo per categorie, senza liste manuali
Regole diverse per reparti diversi
Impostato nel rispetto dei lavoratori
Meno infezioni, meno interventi di assistenza
Parliamo di navigazione sicura
C’è un limite che accomuna tutti gli strumenti di sicurezza: producono informazioni. Segnalano comportamenti anomali, tentativi di accesso, attività fuori dal normale. Ma un avviso serve solo se qualcuno lo legge, sa distinguere il falso allarme dal segnale reale e sa cosa fare nel secondo caso.
Nelle grandi aziende quel qualcuno è un team interno. In una PMI non esiste, e il risultato è che le segnalazioni si accumulano in una console che nessuno apre.
L’MDR, rilevamento e risposta gestiti, è il servizio che copre questa parte: analisi delle segnalazioni, distinzione tra rumore e minaccia reale, e intervento sugli endpoint quando serve contenere qualcosa.
La raccolta dei segnali dagli endpoint aziendali, l’analisi delle segnalazioni per separare i falsi positivi da quelle rilevanti, e la capacità di intervenire — isolare una macchina, bloccare un processo, contenere l’attività sospetta — prima che il problema si estenda.
Perché è esattamente la capacità che un’azienda senza reparto IT interno non può costruirsi. Comprare uno strumento di rilevamento senza avere chi ne legge i risultati significa pagare informazioni che nessuno userà.
L’MDR non è la risposta giusta per ogni azienda: ha senso dove il valore di ciò che va protetto e il costo di un fermo lo giustificano. Ne parliamo dopo aver guardato la tua situazione, e non prima.
È la ragione per cui l’MDR esiste. Installare uno strumento di rilevamento avanzato senza avere qualcuno che ne analizzi i risultati significa comprare informazioni e non usarle. In una grande azienda quel qualcuno è un team interno; in una PMI, semplicemente, non c’è. L’MDR fornisce quella capacità come servizio invece che come assunzione.
Il virus che un software riconosce e blocca in un secondo non è più il problema principale. Lo sono le sequenze di azioni singolarmente legittime: qualcuno entra con credenziali corrette, si muove tra cartelle a cui di norma non accede, usa uno strumento di amministrazione a un orario insolito. Nessuno di questi eventi fa scattare un allarme da solo; messi in fila raccontano un’altra storia, e serve qualcuno che li legga in fila.
Sapere che sta succedendo qualcosa ha valore solo se si può agire subito. Un servizio di rilevamento e risposta comprende anche la capacità di intervenire sull’endpoint: isolarlo dalla rete, bloccare un processo, fermare un’attività sospetta prima che si propaghi. Nella pratica è il momento in cui si decide se l’incidente riguarderà una postazione o l’intera azienda.
Non lo proponiamo a chiunque, perché non a chiunque conviene. Ci sono aziende in cui i livelli di base — firewall configurato bene, protezione su tutte le macchine, backup verificati, posta filtrata — non sono ancora solidi: lì l’MDR sarebbe un tetto costoso su fondamenta incomplete. Prima si sistema la base, poi si valuta se salire di livello.
Analisi dei segnali provenienti dai dispositivi
Falsi allarmi separati dalle minacce reali
Isolamento rapido di una macchina compromessa
La competenza che una PMI non ha internamente
Il livello successivo rispetto all'EDR
Proposto solo dove ha davvero senso
Valutiamo se l'MDR fa per te
Quasi tutte le decisioni sulla sicurezza informatica vengono prese senza dati. Si compra un prodotto perché serviva qualcosa, si rinnova una licenza perché scadeva, si aggiunge un livello perché è successo qualcosa a un’azienda conosciuta. Manca il passaggio iniziale: sapere dove si è effettivamente scoperti.
Un vulnerability assessment è quel passaggio. Analizza sistemi, apparati di rete e servizi raggiungibili dall’esterno per individuare vulnerabilità note, versioni non aggiornate, configurazioni deboli e servizi esposti senza necessità.
Il risultato non è un elenco tecnico da archiviare: è un quadro delle criticità ordinate per gravità, con l’indicazione di cosa va risolto subito e cosa può essere pianificato.
Sistemi operativi e loro livello di aggiornamento, servizi attivi e versioni in uso, apparati di rete e loro configurazione, servizi raggiungibili dall’esterno, credenziali predefinite rimaste invariate, protocolli obsoleti ancora abilitati.
Un elenco delle vulnerabilità rilevate, classificate per gravità e con il contesto necessario a capirle. La parte più utile non è l’elenco in sé — quello lo produce anche uno strumento automatico — ma la selezione: quali di queste criticità contano davvero nella tua infrastruttura, quali sono teoriche, e in che ordine conviene intervenire. Un rapporto con duecento voci tutte allo stesso livello è inutilizzabile e finisce in un cassetto.
Una vulnerabilità non è uno stato permanente: nasce quando viene scoperta una falla in un software che usi da anni senza problemi. Un’infrastruttura sicura oggi può non esserlo tra sei mesi senza che nessuno abbia toccato niente. Per questo l’analisi ha senso come attività periodica, non come intervento una tantum.
A prendere decisioni di spesa basate su dati, invece che su sensazioni o sull’ultimo articolo letto. E a sapere, prima di un’eventuale richiesta da parte di un cliente o di un ente, in che stato si è davvero.
“Siamo abbastanza protetti?” è una domanda a cui, senza una verifica, si può rispondere solo per impressione. Un’analisi delle vulnerabilità trasforma l’impressione in un elenco di fatti: cosa è aggiornato e cosa no, quali servizi sono raggiungibili dall’esterno, dove sono rimaste configurazioni deboli. Da lì le decisioni di spesa hanno un fondamento.
Uno strumento automatico produce elenchi lunghissimi in cui una criticità grave e una del tutto teorica hanno lo stesso peso visivo. Il risultato tipico è che il rapporto viene archiviato e non se ne fa niente. Il valore del lavoro sta nel passaggio successivo: capire quali di quelle voci sono rilevanti nel tuo contesto specifico e in che ordine ha senso affrontarle.
È un aspetto controintuitivo: la sicurezza di un’infrastruttura può peggiorare senza che nessuno abbia cambiato nulla. Basta che venga resa pubblica una vulnerabilità in un componente che usi da sempre. Un’analisi fatta una volta fotografa un momento; ripetuta con regolarità diventa uno strumento di controllo, ed è così che ha senso impostarla.
Sta diventando frequente che un cliente strutturato, un ente o una compagnia assicurativa chieda informazioni sulle misure di sicurezza adottate dai propri fornitori. Trovarsi quella richiesta senza avere elementi concreti da fornire è una posizione scomoda, e a volte costa una fornitura. Avere già in mano una verifica documentata cambia il modo in cui si affronta quella conversazione.
Analisi di sistemi, apparati e servizi esposti
Vulnerabilità note e aggiornamenti mancanti
Configurazioni deboli e password di fabbrica
Criticità ordinate per gravità reale
Priorità di intervento, non elenchi infiniti
Da ripetere nel tempo
Richiedi un'analisi delle vulnerabilità
C’è una differenza sostanziale tra sapere che esiste una vulnerabilità e sapere che è sfruttabile. Molte criticità rilevate da un’analisi, nella pratica, non sono utilizzabili perché altri elementi le compensano. Altre, apparentemente minori, diventano il punto di ingresso quando vengono combinate tra loro.
Il penetration test verifica esattamente questo. Un tecnico tenta di superare le difese come farebbe un attaccante reale, entro limiti concordati, e documenta fin dove è riuscito ad arrivare e attraverso quale percorso.
È il livello di verifica più approfondito e ha senso in contesti specifici: aziende con dati particolarmente sensibili, sistemi esposti verso l’esterno, requisiti richiesti da clienti o da normative di settore.
Si definiscono prima i limiti: cosa può essere testato, cosa no, in quali orari, con quale profondità e con quali garanzie sulla continuità dell’attività. Poi il test viene condotto entro quei limiti, documentando ogni passaggio.
Non un giudizio generico, ma un percorso descritto: da dove si è entrati, quali passaggi hanno funzionato, fino a dove si è arrivati e cosa avrebbe permesso di fermarsi. È il tipo di informazione che rende evidenti le priorità, perché non parla di rischi astratti ma di quello che è successo in un tentativo concreto.
Non è un intervento per tutti, e proporlo indiscriminatamente sarebbe scorretto. Ha senso quando c’è qualcosa di specifico da proteggere, quando sono presenti servizi raggiungibili dall’esterno, o quando un cliente, un ente o una normativa di settore lo richiedono. In un’azienda che non ha ancora consolidato i livelli di base, la stessa spesa produce molto più valore se impiegata su quelli.
Un elenco di vulnerabilità è un insieme di ipotesi: queste cose potrebbero essere un problema. Un test di intrusione le mette alla prova. Capita che una criticità classificata come grave risulti in pratica non utilizzabile, e capita il contrario, che tre elementi minori combinati aprano un percorso che nessuna analisi aveva evidenziato.
Prima di qualsiasi attività si stabilisce per iscritto cosa può essere testato e cosa no, in quali finestre orarie, con quale profondità e con quali cautele per non interferire con l’operatività. È un lavoro che si svolge dentro un perimetro concordato, con l’azienda pienamente informata: le sorprese sono esattamente ciò che si vuole evitare.
Un rapporto che dicesse soltanto “la sicurezza è insufficiente” non servirebbe a niente. Quello che rende utile un penetration test è la ricostruzione del percorso: da dove si è entrati, quale passaggio ha funzionato, quale barriera è stata superata e in quale punto un accorgimento diverso avrebbe interrotto tutto. È da lì che escono priorità concrete.
È una cosa che diciamo spesso, anche quando è il cliente a chiedere direttamente il test. Se il firewall non è configurato, se le protezioni non coprono tutte le macchine, se i backup non sono verificati, un penetration test confermerà quello che già si sa e avrà consumato budget utile altrove. Il test ha valore quando serve a verificare difese esistenti, non a documentarne l’assenza.
Verifica di cosa è davvero sfruttabile
Tentativo di intrusione autorizzato
Limiti e tempi concordati per iscritto
Percorso documentato passo per passo
Emergono le combinazioni di punti deboli
Indicato dopo aver consolidato le basi
Parliamo di verifiche di sicurezza
Un buon supporto tecnico non inizia quando arriva il problema. Molti guasti danno segnali prima di manifestarsi: un disco che comincia a produrre errori, uno spazio che si esaurisce, un servizio che si riavvia da solo, una protezione che si è disattivata su una macchina e nessuno se n’è accorto.
Il punto è che quei segnali qualcuno deve vederli. Con i sistemi di monitoraggio e gestione remota lo stato dei dispositivi aziendali è visibile da un unico punto, invece di dover controllare macchina per macchina. Da lì gestiamo anche la distribuzione degli aggiornamenti di sistema e degli applicativi in modo centralizzato: non dipende più da qualcuno che clicca “installa” quando ha tempo.
Con strumenti di controllo centralizzato vediamo lo stato delle macchine aziendali da un unico punto: spazio disco, stato dei dischi, servizi attivi, presenza e stato delle protezioni, riavvii anomali. Sono le cose che, guardate in tempo, permettono di programmare un intervento invece di subirlo.
Aggiornamenti di sistema operativo e applicativi distribuiti in modo centralizzato e verificato, secondo una pianificazione, invece che affidati alla buona volontà di ciascun utente. Chi lavora non viene interrotto e nessuna macchina resta indietro.
Quando serve installare o aggiornare un applicativo su più postazioni, si fa da remoto in una volta sola. Nessun tecnico che gira scrivania per scrivania.
Il sistema avvisa quando qualcosa esce dai parametri normali. È il meccanismo che permette di accorgersi di un disco in sofferenza qualche settimana prima che si fermi, e di sostituirlo in una finestra concordata anziché di lunedì mattina con l’ufficio bloccato.
Il risultato non è spettacolare, ed è proprio questo il punto: meno interventi urgenti, meno fermi, e una parte dei problemi che semplicemente non arriva mai a essere un problema.
Un disco che comincia a produrre errori, uno spazio che si sta esaurendo, un servizio che si riavvia da solo: sono segnali che compaiono settimane prima del fermo. Il punto è che qualcuno deve guardarli. Con il monitoraggio attivo li vediamo e possiamo sostituire un componente in una finestra concordata, invece di rincorrere un’emergenza con l’ufficio bloccato.
Una parte consistente degli attacchi che riescono sfrutta vulnerabilità note, con correzione disponibile da tempo e mai installata. Non serve una tecnica sofisticata, basta un aggiornamento rimandato. Distribuiamo le patch di sistema e degli applicativi in modo centralizzato e verificato, secondo una pianificazione che non interrompe chi sta lavorando e non lascia indietro nessuna macchina.
In un’azienda con trenta postazioni, verificare a mano che tutto sia aggiornato e protetto è un lavoro che non fa nessuno, perché richiederebbe una giornata al mese. Da un’interfaccia unica lo stato di postazioni e server è leggibile in pochi minuti: cosa è aggiornato, cosa no, dove una protezione è disattivata, dove lo spazio sta finendo.
Il valore del monitoraggio è controintuitivo, perché si misura in cose che non succedono. Meno chiamate d’emergenza, meno mattine perse, meno interventi fatti sotto pressione. Non è spettacolare e non produce aneddoti da raccontare: produce un’infrastruttura che smette di essere un argomento di conversazione in azienda.
Stato dei dispositivi da un unico punto
Aggiornamenti distribuiti in modo pianificato
Software installato su più postazioni da remoto
Segnalazioni automatiche sulle anomalie
Verifica che le protezioni siano attive
Interventi programmati al posto delle urgenze
Scopri come funziona il monitoraggio
Il momento in cui si capisce la differenza è quando qualcosa non funziona: non c'è chi dice che è un problema di rete e chi dice che è un problema di sito. È la stessa azienda.
In molti casi gestiamo già il dominio e le caselle di posta della tua azienda. Quando arriva un sito nuovo, metà del lavoro tecnico è già in casa e non va coordinato con nessuno.
Non partiamo da un questionario per capire cosa fa la tua azienda. Ci lavoriamo insieme da anni, sappiamo come è fatta, chi decide e come funziona il vostro lavoro.
Assistenza, infrastruttura e comunicazione passano dallo stesso referente. Meno fornitori da coordinare, meno riunioni per far parlare due mondi che dovrebbero già parlarsi.
Con l’assistenza a chiamata paghi ogni intervento e ci si muove solo dopo il problema. Con il contratto hai un presidio continuativo: richieste tracciate, dispositivi controllati, aggiornamenti gestiti e interventi in gran parte programmati anziché urgenti.
Dipende dal numero di postazioni, dalla criticità dell’infrastruttura e dal livello di presidio richiesto. Non esiste un listino unico che abbia senso: dopo un confronto tecnico ti diamo una cifra reale sulla tua situazione.
La maggior parte dei problemi si risolve in teleassistenza nell’arco della stessa chiamata. Per gli interventi in sede i tempi si concordano nel contratto. ⚠️ da completare con i tempi effettivi, una volta definiti
Sì. Copriamo Senigallia, Ancona e provincia, la zona di Pesaro-Urbino e il territorio marchigiano servibile. Molti interventi si risolvono da remoto, per il resto ci spostiamo.
Capita spesso e non è un problema. Possiamo affiancarci su aree specifiche, come la sicurezza, il backup o il monitoraggio, oppure gestire una transizione graduale con i tempi dell’azienda.
No. Gli strumenti servono a verificare lo stato tecnico dei dispositivi — aggiornamenti, spazio, protezioni, anomalie — non a controllare l’attività delle persone. È una distinzione importante anche dal punto di vista normativo.
No, ma sotto una certa dimensione spesso conviene una formula diversa. Ne parliamo guardando la tua situazione.
Partiamo da cosa c’è già
Un check-up della sicurezza guarda cosa è installato, cosa è attivo davvero, cosa è aggiornato e dove ci sono punti scoperti.
Nella maggior parte dei casi il primo risultato non è una proposta di acquisto: è la scoperta che una parte di quello che c’è già non sta funzionando come dovrebbe.
Richiedi un’analisi della tua presenza digitale
Compila il form e invialo per richiederci preventivi o informazioni, Ti ricontatteremo il prima possibile.
Oppure usa i nostri contatti diretti: